In Barba a Moreno, camminando tra le pietre

Per la lettura di questo articolo occorre prendersi dieci minuti e visionare per intero il seguente video ideato, creato e prodotto da Scarpanō Teatro e Metodi Attivi:

Come avete avuto modo di constatare, il video vuole essere la traduzione in immagini di un testo che fa ormai parte della storia del teatro, scritto da un gigante del panorama teatrale mondiale, Eugenio Barba, che ha concesso alla piccola isola di Scarpanō Teatro e Metodi Attivi la pubblica lettura di queste sue preziose e stimolanti parole1.

Il suo manifesto da così vita a quella che potremmo definire come l’incessante danza del teatro, nelle sue molteplici forme, per la sua stessa sopravvivenza. Una danza antica, leggibile anche in termini di evoluzionismo antropologico teatrale, che affonda le sue radici fin oltre i misteri di Eleusi per poi condurci fino alle fitte trame che disegnano la nostra società attuale, connotata da futuristiche spinte ipertecnologiche e turbocapitalistiche, ma riportata bruscamente alla sua originaria caducità da un piccolo virus, tanto invisibile quanto insidioso.

Con quale mezzo renderla di nuovo pura (la propria terra n.d.r)? Sono forse sulla terra gli assassini […] come scoprire l’indistinta traccia che testimoni di una colpa così antica?” , si domanda Edipo alla ricerca delle cause della pestilenza che attanaglia Tebe2.

Conosciamo la trama, sappiamo che Edipo scoprirà solo al termine della sua tragica quest di essere lui stesso l’impuro che contamina la città, il colpevole che ostinatamente andava cercando. Malgrado ciò rimaniamo sempre esterrefatti di fronte a questo dramma il cui culmine creativo risiede nell’aver saputo concentrare in un unico uomo/eroe entrambe le figure centrali, quella del protagonista e dell’antagonista3. Sofocle ha insomma tessuto magistralmente un solido intreccio in cui l’investigatore risulterà poi essere anche l’assassino4 , riuscendo a proiettare fino ai nostri giorni un’ombra piuttosto inquietante sul tema della colpa, e del confine tra la responsabilità individuale e quella collettiva5 6

A conti fatti, e malgrado le “magnifiche sorti e progressive”7 che ci vengono prospettate, siamo in effetti ancora qui a constatare la drammatica, lungimirante, talvolta profetica, lucidità dei classici, e a domandarci ancora come ‘purificare la terra’ che, letteralmente, maldestramente e spesso indebitamente, calpestiamo. E per capire chi potrà sopravvivere.

Who shall survive?”8 Si domandava nel così lontano e così vicino9 1934 l’ebreo sefardita rumeno (chiaramente un extracomunitario senza permesso di soggiorno) J.L. Moreno, intento a sistematizzare e capitalizzare gli anni viennesi di sperimentazione teatrale (1922-1925, Stegreiftheater10 ) che lo hanno poi portato all’invenzione dello psicodramma. Questa domanda/scenario, così diretta e spiazzante in un mondo che prima della pandemia era intento a offrirci, a comode rate, solo certezze e sicurezze (e che continua a farlo come se niente fosse accaduto), è tornata ad essere improvvisamente attuale, e il teatro, dal quale questa domanda è scaturita, è diventato ancora una volta un terreno di coltura e di cultura per una possibile quanto auspicabile genesi di nuove risposte. Malgrado le attuali limitazioni pratiche e organizzative che sembrano minare l’essenza stessa del teatro, ovvero la relazione diretta, ‘dal vivo’, tra le persone, riesce difficile non immaginare che anche e soprattutto da questa forma di aggregazione sociale nata con la civiltà, germoglieranno nuovi frutti e nuove prospettive. Il teatro e il covid allora si devono morenianamente incontrare, così come l’Edipo Re ha dovuto incontrare il suo alter ego, l’Edipo Assassino.  L’inversione di ruolo con il virus è l’ennesima riproposizione/conferma della genialità di Moreno, che nel promuovere l’incontro stimola costantemente in noi l’esercizio della teatralità con il suo accorato invito a mettersi nei panni dell’Altro11. Tale prospettiva, se costantemente praticata, non può che aiutarci a vedere il mondo da un altro punto di vista e riportarci, senza paura, all’essenziale della vita e del teatro, ovvero a una condivisione di intenti tra un attore, un autore, uno spettatore e lo spazio che li ospita, in una ciclica alternanza di ruoli, del tutto simile al ciclo delle stagioni e alla pratica del maggese. 

Se è dunque vero che “là dove cresce la paura, cresce anche ciò che salva” 12 allora possiamo constatare che nel verbo ‘condividere’ è contenuta la parola ‘covid’, come se l’azione dello ‘spartire con gli altri’ portasse dentro di sé il virus di cui essa stessa è antidoto. Per questo l’atto del condividere è probabilmente il nostro vero e attuale pharmakòs, l’antidoto al virus che ci ha contagiati, che ci fa paura e che ci sta obbligando a cambiare le nostre abitudini, i nostri stili di vita, talvolta la vita stessa. In certi casi persino offrendo nuove e inusuali prospettive 13. Il teatro è stato e resterà sempre null’altro che questo, il luogo della condivisione. Non nato per intrattenere, ma per mostrare e portare a compimento (performare) un atto, un sentimento, un pensiero e sublimarlo, purificandolo. Bello o brutto, celestiale o terribile che sia. 

Eugenio Barba racconta che nella primavera del 1958, non ancora ventiduenne e del tutto ignaro che il teatro sarebbe diventato, di lì a poco, il suo destino, si trovava in viaggio tra la Turchia e la Grecia. Una notte andò a cercare un posto dove stendere il suo sacco a pelo e poter dormire il più lontano possibile dalla giovane coppia di inglesi che che gli aveva offerto un passaggio. Non voleva disturbarli. Superata una boscaglia, si ritrovò in una zona che, malgrado il buio profondo, pareva liberata dalle piante, riparata e adatta al pernottamento. Racconta sempre lo stesso Barba che, il mattino dopo, fu svegliato dal chiasso degli uccelli e che, nello straniamento del risveglio vide … le pietre sognare: “era una solitudine popolata di forze benigne, uno spazio di armonia e di bellezza, un mondo di pietra smisurato e nello stesso tempo intimo: l’occhio spaziava ma vedeva ogni dettaglio come se potesse toccarlo. Tutto era fatto per l’essere umano, così come egli potrebbe essere in un universo più giusto” 14. Aveva dormito nel Teatro di Epidauro, a quel tempo privo delle protezioni archeologiche, e lì aveva avuto questa illuminazione, che oggi possiamo definire ‘fondativa’ . Negli anni a venire infatti Barba arriverà poi a costituire, insieme a un piccolo gruppo di attori esclusi dall’Accademia Teatrale di Oslo e dopo anni di studio e apprendistato (il più noto è il periodo trascorso, tra il 1961 e il 1964, al Teatr 13 Rezdow/Teatro delle tredici File di Jerzy Grotowsky a Opole, in Polonia), l’Odin Teatret, una compagnia che è ancora oggi una pietra miliare del teatro. 

Moreno, come Barba e come molti dei padri fondatori e rinnovatori del teatro del Novecento, che non posso in questo breve articolo citare, ha saputo ascoltare e leggere le pietre del teatro e farle navigare come vascelli, aprendo ‘terze vie’ là dove nessun altro immaginava potesse esserci una rotta, una direzione, una possibilità.

A queste pietre, io credo, questi padri ci invitano a ritornare, per riscoprirle, per farle navigare ancora, resistendo insieme ai venti contrari. Saranno ancora loro a indicarci la rotta. Il teatro che verrà, in tutte le sue possibili varianti e declinazioni artistiche, sociali, cliniche e terapeutiche, dovrà allora avere il coraggio farsi illuminare dal muro dell’alba15 e immaginare, su questa parete bagnata dai raggi del mattino, nuove linee e nuove vie. “Non importa che il teatro sia l’arcaico relitto di un altra epoca. Importa ciò in cui si trasforma … Epidauro è nel futuro”16.

1 “Terzo Teatro” in Teatro: solitudine, mestiere, rivolta, E. Barba, 1996, Ubulibri, da pag.165 a pag 167

2 Edipo Re, Sofocle

3 Mito e Tragedia nell’antica Grecia – la tragedia come fenomeno sociale, estetico e psicologico (J.P. Vernant, Vidal-Naquet, Einaudi editore, 1972)

4 Agata Christie proverà ad emularlo in Trappola per Topi

5 Dike, La nascita della coscienza, Eric A. Havelock, 1978, Editori Laterza

6 Si invita in tal senso alla visione di “Edipo a Codogno”: https://www.youtube.com/watch?v=vYQztlOHHuI

7 La ginestra, Giacomo Leopardi

8 Who shall survive? J.L.Moreno, 1934, Di Renzo Editore

9 Così lontano così vicino, Wim Wenders

10 Lo psicodramma pubblico: aspetti personali e aspetti sociali (L.Dotti)

11 Einladung zu einer Begegnung (Invito a un incontro), Vienna, Anzegruber Verlag, 1914, J.L. Moreno (Manuele di Psicodramma, il teatro come terapia, J.L. Moreno. Casa editrice Astrolabio)

12 F. Hölderling, aforismi

13 Condividiamo: gruppi di parola, espressione e creazione in tempo di pandemia. Scarpanō Teatro e Metodi Attivi

14 E. Barba, 1996, pag. 17-18

15 The Dawn Wall: https://ilmanifesto.it/un-sogno-verticale/

16 E.Barba, 1996, pag. 18

Teatro e Metodi Attivi