Una visita al teatro di Beacon -di Fernanda Pivano

UNA VISITA AL TEATRO DI BEACON (New York)

“…Poi cominciò a ricostruire la storia e il pensiero di Jacob Levy Moreno, come se si trattasse di un nonno ingiustamente misconosciuto: in Italia per anni era stato messo al bando dagli ambienti psicoanalitici ortodossi, soprattutto da quelli che, senza leggerlo né citarlo, avevano sfruttato le sue invenzioni sulla psicoterapia di gruppo e gli action methods scivolati nel teatro di Robert Scheckner e nell’Actor Studio di Lee Strasberg.
Così una volta che andai a New York, ritornai con un carico pesantissimo di volumi rilegati in rosso, una fotografia del maestro e altre reliquie. Ricordo ancora la visita che feci allora al Moreno Institute di Beacon, dove incontrai Zerka Toeman Moreno, la vedova che aveva collaborato con lui e ora dirigeva l’associazione internazionale di psicodramma. Moreno era morto nel 1974 ma la sua presenza riempiva ancora la grande casa georgiana bianca in mezzo al bosco, sulla collina di Beacon, un villaggio come ce ne sono tanti in America. Una città dal paesaggio dolce e profumato con gli scoiattoli in mezzo alle strade, con tante case piccole circondate da un giardino e una sola grande strada centrale.  A Beacon arrivai in un paio d’ore da New York su un trenino da operetta sbarcando in una stazione sporchissima e deserta col capotreno munito di una trobetta ricurva e un solo taxi all’uscita, abituato a riconoscere al primo sguardo chi andava all’Istituto di psicodramma, l’unico centro di interesse della città che Moreno aveva scelto tanti anni prima per la vicinanza con New York e perché il paesaggio col suo lago e le sue colline coperte di pini gli ricordava l’Austria.
Zerka Moreno mi portò a visitare il palcoscenico di legno chiaro dove Moreno aveva curato molti personaggi influenti dagli anni trenta ai settanta con metodi che, prima di rimbalzare in Europa, avevano scandalizzato l’establishment psichiatrico e neofreudiano: quello di un’America che aveva appena finito di digerire la psicoanalisi e si era trovata negli anni cinquanta di fronte a un sistema ancora più trasgressivo e radicale basato sul teatro e sul gioco, a metà strada tra il Leaving Theatre e il lettino di Freud.
La presenza simbolica del personaggio mi colpì negli spazi di Beacon.
Nel teatro di legno a fianco dell’istituto dove centinaia di psicologi e psichiatri avevano trovato una specie di casa internazionale.

Nell’arredamento contraddittorio e un po’ trasandato, prima del restauro degli anni ottanta che, evitandogli di diventare un monumento nazionale, avrebbe permesso di aggirare la legge e di poterlo cedere a una fondazione culturale. Nella grande biblioteca priva di sussiego con le traduzioni in trentacinque lingue tra cui giapponese e russo. Nella tipografia artigianale in cima alla collinetta dove Moreno aveva avuto l’idea di stampare la sua rivista e i libri della Beacon House per aggirare, mi disse Zerka, lo sfruttamento editoriale o forse, pensai,per il piacere di giocare un ruolo in più. Tutto in quegli spazi confermava il carattere alternativo dello stile di vita di Moreno: geniale, istrionico, antiaccademico. La sua scrittura era intuitiva, ispirata, globale, con aperture poetiche, pacifiste, profetiche. Uno psichiatra che pareva un poeta.
Era quello dunque il teatro che era stato meta di pellegrinaggio di molti autori ed attori: non solo del Leaving Theatre, ma anche da Hollywood, attori che avevano trovato in Moreno il terapeuta ideale per la comune vocazione per il palcoscenico. E se ne accorsero anche gli sceneggiatori cinematografici che lo saccheggiarono a più riprese, a partire dal film Spellbound (Io ti salverò) di Hitchcock fino a Tootsie di Dustin Hoffman.
Non starò a ripetere quello che mi disse Zerka Moreno durante l’intervista che mi rilasciò per il Corriere della sera. Mi colpì soprattutto la sua grinta; non si trattava della solita vedova illustre ma di un vero personaggio che con caparbietà professionale, anche dopo la terribile malattia e l’amputazione del braccio destro (da cui, giovanissima, ebbe il coraggio di congedarsi in un suo psicodramma) aveva lavorato in quel teatro fino a dieci ore al giorno. E mi colpì anche il suo umorismo, lo stesso con cui anni dopo, a Torino, sul palcoscenico del Carignano, avrebbe risposto agli applausi del pubblico battendo la sua unica, vecchia, tenerissima mano sulle quattro mani di un doppio Pirandello messo in scena da Rosati grazie a una coppia di gemelli calabresi. A Beacon venni a sapere di questi giochi di ruolo dove lo psichiatra e i suoi attori ausiliari diventavano i personaggi del romanzo familiare del paziente ma anche i personaggi delle sue fantasie e dei suoi sogni.
Venni a sapere di un episodio per me straordinario. Una paziente schizofrenica, che in seguito alla morte per incidente del suo bambino era convinta di vivere all’inferno e non parlava più, non comunicava più, venne portata al teatro del dottor Moreno quando sembrò irrecuperabile. Moreno glielo mise in scena nel suo teatro, l’inferno del delirio, e chiese a un attore di gettare tra le luci rosse del palcoscenico un cuscino, parlandogli come se fosse il bambino della paziente condannato alle fiamme per l’eternità. Così la donna urlò e si alzò in piedi per interrompere il gioco e pianse e lottò e lentamente ritrovò prima la parola poi la ragione.
Da quel racconto sentii che la forza del teatrino di Moreno stava tutta nella sua agilità, nella sua capacità di ospitare ogni linguaggio e di inscenare ogni sogno, individuale o di massa, senza perdere la propria pace e la propria integrità come succede spesso ai teatri troppo grandi o troppo potenti. Così anni dopo, quando Zerka non ce la fece più a reggere l’istituto e decise di cedere l’archivio di Moreno all’università e di vendere la collina dove quel teatro era nato e dove l’avevo visto, fui felice di sapere che il palcoscenico non era morto. Fu solo smantellato, come usa in America, e rinacque a Boughton Place nello Highland, dove una comunità di psicologi e sociometri lo rimontò, asse per asse…”.

Fernanda Pivano

DALLA PREFAZIONE DEL LIBRO
“Da storia nasce storia” , di Ottavio Rosati
Ed. RAI, Torino, 1994